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CIVICO MUSEO ARCHEOLOGICO

 

Come raggiungerci

In treno: scendere ad Arona e prendere il battello per Angera

In auto: autostrada A8 o A26 Milano-Gravellona T. uscire a Sesto Calende e proseguire verso Angera-Laveno SP 69

 

 

Il Museo è suddiviso in tre sezioni: Angera nella preistoria; l’area abitativa in età romana; le necropoli romane.

 

I Sezione: Angera nella Preistoria

 

L’evoluzione dell’Uomo è iniziata da circa due  milioni e mezzo di anni, ma la storia che vogliamo raccontare oggi è quella del territorio di Angera, ed è cominciata circa 14.000 anni or sono.

Durante l’ultima glaciazione, detta di Würm, il territorio ai piedi delle Alpi era coperto da una compatta calotta glaciale; le temperature estremamente rigide e l’impossibilità di trovare cibo, impedirono la frequentazione di queste zone da parte dell’Homo Sapiens, che tuttavia già da circa duecentomila anni popolava le pianure europee, cacciando, raccogliendo frutti e sviluppando, nel corso di svariati millenni, le sue capacità tecnologiche ed esigenze spirituali.

Il progressivo scioglimento dei ghiacciai portò alla creazione dei laghi alpini.

Le prime attestazioni della presenza dell’Uomo nel territorio di Angera sono state individuate nel corso di scavi e indagini in una grotta naturale nota come Tana del Lupo, di proprietà privata e chiusa al pubblico, collocata nella parete sud-occidentale della altura che ospita la Rocca Borromeo.

 

 

 

 I più antichi oggetti rinvenuti risalgono alla fase finale del Paleolitico, età della pietra antica, ad un periodo compreso tra 12.000 e 10.000 a.C. ca. e che nel territorio italico prende il nome di Epigravettiano finale.

 (Vetrina 1)

 

Sono stati raccolti significativi oggetti in selce, quarzo e cristallo di rocca, tra cui grattatoi per la lavorazione del legno e delle pelli, bulini, lame e punte a dorso. In questa epoca l’Uomo occupava ripetutamente il territorio seguendo gli spostamenti stagionali delle prede, cacciava servendosi di trappole, armi da getto e di un congegno atto a scagliarle con maggiore efficacia e potenza, sebbene da una distanza utile non superiore ai 30 m: il propulsore.

Oltre alla caccia e alla raccolta, le zone fluviali e lacustri potevano offrire all’Uomo anche gustosi pesci e molluschi, risultando così aree ideali per il popolamento, come rivelano non solo i rinvenimenti di Angera ma anche le numerose attestazioni del territorio varesino.

Nel decimo millennio a.C. ebbe inizio l’Olocene, ossia l’epoca geologica più recente, quella in cui viviamo ancor oggi e che già allora era caratterizzata da un clima molto simile a quello attuale. Si passò quindi dal Paleolitico al Mesolitico, età di mezzo, e tale periodo vide l’aumento della diffusione di mammiferi di piccola taglia, cui corrispose un incremento di insediamenti umani nella fascia prealpina, in vicinanza dei bacini lacustri. L’Uomo sviluppò tecnologie più avanzate, riuscì ad estrarre dai nuclei di selce un numero sempre maggiore di schegge e si diffuse il microlitismo, ossia la capacità di creare piccole punte, da applicare a frecce ed arpioni. L’invenzione dell’arco, che conferisce alla freccia una velocità elevatissima, permettendo così di scagliare un dardo a una distanza che poteva superare i 100 m, portò un aiuto significativo ai cacciatori della preistoria.(Vetrina 2

 

Repliche realizzate da Marco Maioli

 

 

 

I ritrovamenti delle punte di freccia e numerose raffigurazioni in pitture e incisioni rupestri hanno permesso di ricostruire queste armi micidiali che, seppure plurimillenarie, rivelano un’elevata creatività e capacità di utilizzo dei materiali a disposizione quali legno, tendini o budello e, in seguito, fibra di lino.  (Vetrina 3)

 

Il termine Neolitico, ossia età della pietra nuova, definisce un momento cruciale per la storia dell’Uomo: il passaggio da un’economia di sussistenza basata sulla caccia, la pesca e la raccolta, ad una capacità produttiva che permise, attraverso l’allevamento e l’agricoltura, di abbandonare il nomadismo a favore della sedentarietà. Mentre nel Vicino Oriente già iniziavano a sorgere le prime città, nel nostro territorio si moltiplicavano insediamenti sparsi di gruppi umani, tra i quali uno dei più significativi è sicuramente quello che diede vita alla cultura dell’Isolino Virginia - Lago di Varese. La produzione agricola e la conseguente necessità di stivare derrate alimentari fecero sorgere il bisogno di produrre contenitori adeguati. L’uomo nomade si serviva infatti di recipienti realizzati con fibre vegetali, zucche, pelli o vesciche di animali, leggeri e resistenti, ma non in grado di mantenere asciutto il contenuto. L’osservazione del comportamento dell’argilla a contatto con il fuoco portò invece all’invenzione di vasi in ceramica, pesanti e poco adatti al trasporto, ma particolarmente utili per stivare e cuocere gli alimenti o contenere liquidi. Il Neolitico si caratterizza anche per un nuovo modo di lavorare la pietra: non più solo tramite scheggiatura, ma anche con un’accurata levigatura, che permetteva di creare lame in pietra affilate e resistenti. Alcuni ritrovamenti in località Baranzini e nell’area dell’odierno cimitero di Angera hanno restituito frammenti di contenitori ceramici ed un’ascia in pietra verde levigata, tramite la quale è stato possibile proporre alcune repliche della pietra con la ricostruzione dell’immanicatura. (Vetrine 3 e 4)

 

 

Repliche realizzate da Marco Maioli

 

 

Tra il 3400 e il 2200 a.C, le popolazioni mediterranee svilupparono la scrittura, la navigazione e le competenze ingegneristiche necessarie per costruire grandi edifici come le piramidi. Contemporaneamente, nel periodo che corrisponde in Europa all’Eneolitico, o età del Rame, nell’area prealpina iniziava lo sfruttamento di prodotti animali, quali latte e lana, giungevano la ruota, il carro e l’aratro ed ebbe inizio la produzione di oggetti metallici in rame. Gli scavi nella cd. Tana del Lupo hanno restituito un frammento ceramico piccolo ma estremamente significativo, che testimonia la diffusione, anche in queste zone, della cultura denominata del "Vaso Campaniforme’. Il termine si riferisce alla forma a campana rovesciata di una tipologia di recipienti ampiamente diffusi in tutta Europa nel corso del III millennio a.C.; tali vasi presentano una decorazione particolare, realizzata con pettini, cordicelle o conchiglie. (Vetrina 5)

L’età del Bronzo e del Ferro, ben attestate in altri siti del Varesotto e del Verbano, non hanno ancora restituito ad Angera tracce chiaramente leggibili. Nel passare alla prossima sezione, compiremo quindi un salto nel tempo di oltre 2000 anni, durante i quali questo territorio conobbe anche lo sviluppo della cultura di Golasecca e, dal IV sec.a.C., l’occupazione da parte degli Insubri, una popolazione celtica che si insediò in parte della Lombardia occidentale.

 

II Sezione: Angera romana. L’area abitativa

 

Le più moderne tecnologie applicate allo studio del paesaggio e della frequentazione umana in antico, insieme ad una attenta ricerca sulla cartografia d’epoca, hanno permesso di ricostruire l’aspetto e le trasformazioni del territorio angerese nei secoli.  È stato così possibile creare piante di dettaglio che mostrano la localizzazione di tracce archeologiche negli strati sottostanti l’abitato moderno, gli antichi orientamenti viari e i percorsi stradali che rivelano l’importante ruolo rivestito da Angera in epoca romana.

La cittadina, nota nel medioevo con il nome di Staciona o Stazzona, dal latino Statio, ossia luogo di sosta o ancoraggio, doveva essere una vera e propria stazione di traffico acquatico e terrestre: si trova infatti in un punto nodale tra i percorsi che collegano la pianura padana con l’area transalpina attraverso i passi del San Gottardo, del San Bernardino e dello Spluga.

Le merci risalivano il territorio prealpino su imbarcazioni che, via fiume e via lago, le conducevano ai piedi dei passi principali; qui venivano trasferite su carri che permettevano di attraversare le Alpi, al di là delle quali trovavano fiumi, laghi, percorsi, tra cui quelli legati al Rodano e al Reno, che garantivano una distribuzione in Europa. Gli itinerari erano utilizzati in entrambi i sensi e permisero importanti scambi culturali, oltre che materiali, già in epoca preromana. Nel territorio angerese sono stati infatti rinvenuti frammenti di ceramica tardo celtica e contenitori di produzione gallica o ispanica. Inoltre il collegamento del Ticino con il Po permetteva, ad esempio, che la pietra di Angera venisse utilizzata negli edifici monumentali di Mediolanum, che il legname dei nostri boschi venisse esportato e utilizzato nei cantieri navali dell’alto Adriatico; allo stesso tempo, che la ceramica della Lomellina e i vetri blu di Aquileia giungessero fino alle mense del Verbano. (Vetrine 6 e 7)

 

 

 

 

La città antica si trovava all’incirca nella stessa area in cui sorge oggi Angera. Il nome attuale, attestato solo a partire dal XII secolo, fa riferimento forse al termine ad glaream Verbani cioè "presso la riva ghiaiosa del Verbano’ o alla parola latina angulus, nella forma angularis, angularia, in riferimento alla forma dell’insenatura angerese, particolarmente adatta per la realizzazione di un approdo lacustre.

La presenza nella zona di marmi e strutture di epoca romana era già nota nel Rinascimento e fu confermata dalla fine dell’800 grazie ad alcuni rinvenimenti fortuiti cui seguirono numerose campagne di scavo, compiute negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso ad opera della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia e dell’Università degli Studi di Milano. Nuove indagini svolte in diverse aree urbane tra 2005 e 2006, per conto della Soprintendenza, hanno permesso di individuare strutture abitative, assi stradali, un pozzo e di migliorare le nostre conoscenze sull’abitato romano. (Vetrina 8)

Le testimonianze più antiche fanno riferimento all’insediamento di II-I sec. a.C.,  ossia ad un’epoca in cui assistiamo alla crescente espansione di Roma verso i territori transalpini e ad una conseguente crescita di importanza dei municipi e dei villaggi ai piedi delle Alpi.

I Romani infatti all’inizio del II a.C. avevano sconfitto  definitivamente gli Insubri e da allora avevano attivato una politica di romanizzazione dei territori conquistati che comportava la creazione di municipi e villaggi e che portò all’estensione dei diritti di cittadinanza. Infatti nell’89 a.C. Pompeo Strabone concesse il diritto latino agli abitanti della Cisalpina e nel 49 a.C. tutti i Galli che abitavano entro le Alpi e al di là del Po ottennero da Cesare la cittadinanza romana. Da allora anche chi abitava i nostri territori poteva godere del Plenus Ius (pieno diritto): veniva iscritto nelle liste elettorali e di arruolamento, fruiva di alcune esenzioni fiscali e poteva prendere parte attiva nella vita politica della comunità, assumere cariche importanti e ambire ad un seggio a Roma. Fra il 35 e il 15 a.C. Augusto provvide inoltre ad una più incisiva occupazione delle zone alpine, con lo scopo di poter meglio controllare le vie per le Gallie e la zona renana e danubiana. Suddivise quindi l’Italia in Regiones e il territorio a Nord del Po, tra Bergamo, Lodi, Milano, fino al Piemonte e alla Valle d’Aosta, entrò a far parte della Regio XI, che includeva anche l’area in cui ci troviamo.

Le strutture edilizie della fase più antica di Angera romana hanno lasciato poche tracce: erano costituite probabilmente da materiale deperibile, con pareti in canne rivestite di argilla e pavimenti in battuto.

Alcune domus, che conoscono fasi d’uso dal I sec. a.C. al V sec. d.C., hanno rivelato la presenza di una complessa stratigrafia, che rivela il sovrapporsi di numerosi interventi di ripristino nel corso dei secoli.

Le case avevano fondazioni e parte dell’alzato in pietra di Angera e pavimenti in battuto, in cocciopesto su preparazioni in ciottoli o in lastre di serizzo. Scavi nell’area prospiciente il cimitero hanno inoltre permesso di ricostruire le fasi abitative di un edificio nel quale erano stati realizzati un forno e una vasca di decantazione per attività di tipo artigianale, legate alla produzione ceramica. (Vetrina 9)

Molto scarse sono invece le attestazioni di edifici monumentali, c.on funzioni pubbliche o religiose. Inoltre i ritrovamenti più interessanti sono purtroppo privi di informazioni precise in merito al loro rinvenimento. Tra le opere scultoree più importanti rinvenute ad Angera si possono ricordare: l’Ara di Angera, oggi ospitata al Civico Museo Archeologico di Milano, nella quale è rappresentata a rilievo una scena rituale di sacrificio; le columnae caelatae, ossia due colonne rivestite da una raffinata decorazione a rilievo con girali, sfingi e protomi di leone e medusa, opere rare e preziose pertinenti, con ogni probabilità, ad un edificio sacro o celebrativo ed oggi conservate al Civico Museo Archeologico di Varese;

 

 

Riproduzioni delle colonne

 

 

 

 

l’Altare dedicato alle Matrone con un rilievo raffigurante fanciulle intente in una danza, anch’esso al Museo di Varese; il Monumento con dedica a Giove, che si trova presso la Rocca Borromeo, decorato con una ghirlanda, aquile e delfini e, ai lati, con due scene di lotta tra Zeus ed Eracle contro giganti anguipedi.

Colonne e altari rivelano la presenza ad Angera di artigiani che ben conoscevano  le iconografie più diffuse nel mondo ellenistico e romano e le reinterpretavano con uno stile semplice e narrativo.

Il monumento con dedica a Giove riveste inoltre una particolare importanza poiché nell’iscrizione vengono citati, con un carattere più piccolo, i Vican(i) Sebuini ossia gli abitanti del villaggio Sebuinus, che molti ritengono essere l’antico nome di Angera.

La fine dell’epoca romana sembra coincidere con una fase di decadenza del centro urbano, avvenuta intorno al V-VI sec. L’Alto Medioevo è stato infatti per Angera un periodo di instabilità e crisi politica ed economica: il villaggio si trovava infatti in un punto molto favorevole per l’attraversamento delle Alpi, pertanto subì il susseguirsi di invasioni da parte di popolazioni barbariche. Questo comportò l’abbandono di numerose abitazioni, attestato, tra l’altro, dal rinvenimento di svariati tesoretti, sepolti dai loro proprietari nella speranza, delusa, di poter tornare a recuperare i propri averi. (Vetrina 9b)

 

 

 

 

III Sezione: Angera romana. Culti e necropoli

 

Angera, dopo Milano e Cremona, è la città che in Lombardia ha restituito il maggior numero di iscrizioni, prevalentemente di carattere religioso o funerario. Queste attestano la presenza di svariati culti tra cui quello di Giove, Eracle e delle Matrone, ai quali è possibile aggiungere il culto di Iside, di Silvano e di Mercurio. Sempre un’iscrizione rivelò l’esistenza ad Angera di un culto dedicato a Mitra: si tratta di una dedica a Cautópate, il portatore di torcia che, insieme a Caute, accompagnava il dio, immagine del Sole legata all’equinozio di primavera. Nel culto mitraico la grotta acquisisce un significato particolare, si pensò pertanto di individuare nella Grotta di Angera, la cd. Tana del Lupo, un Antro dedicato a Mitra.

Nell’ambito angerese acquisisce infine grande importanza il rinvenimento, a partire dalla fine dell’800, di alcune sepolture sparse nel territorio e di una grande necropoli, che sorgeva nella stessa area in cui si trova il cimitero di età moderna, a circa 1,5 km ad est dell’abitato attuale, lungo una delle principali vie d’acceso in città. Gli scavi condotti negli anni ’70, cui si aggiunsero le indagini della Soprintendenza svolte tra 2004 e 2005, hanno permesso di portare alla luce svariate centinaia di sepolture: a cremazione diretta e indiretta, a inumazione in cassa lignea o litica e tombe alla cappuccina.

 

 

 

 

 

Il recupero, pulitura e consolidamento di reperti svolti nel 2012 grazie ai finanziamenti della Regione Lombardia, con la collaborazione della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia ha  restituito nuova vita a reperti lapidei, vitrei e metallici e della lettiga funebre che oggi trovano posto nell'esposizione nella sezione della necropoli e nel lapidario. 

 

 

 

Il Lapidario

Il Lapidario del Museo, inaugurato il 29 Settembre 2012, accoglie alcuni esemplari restituiti in tempi recenti al pubblico godimento grazie al contributo della Regione Lombardia, della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, del SiMArch e del Comune di Angera. Si tratta in particolare dell’urna funeraria di Virilliena Calventia, di un frammento di stele funeraria a ritratti e di una stele di cui è sopravvissuta unicamente una decorazione vegetale sul lato breve. Tutelare e valorizzare i reperti epigrafici e scultorei ancora noti e sensibilizzare il recupero degli stessi per la comunità, è uno dei compiti di questo Museo ed il motivo per cui Comune, Regione e Soprintendenza hanno promosso la realizzazione di un Lapidario che offra una adeguata accoglienza a testimonianze tanto significativi e troppo a lungo dimenticate.

 

 

Il museo offre servizi di guida gratuita negli orari di apertura al pubblico, attività e laboratori didattici per le scuole (su prenotazione), appuntamenti fissi e mensili  di incontri/conferenze e laboratori per bambini nella terza domenica del mese.

 

 

 

 

 

Scarica il depliant del Museo

 

 

Eventi al museo

 

Indirizzo

Via Marconi, 2

Telefono 3204653416-0331.931915
mail:museoarcheologicodiangera@gmail.com  

 

Orario dal 1 febbraio al 14 maggio e dal 15 settembre al 20 dicembre

 

Mercoledì  10.00 - 13.00

Giovedì 10.00 - 13.00

Domenica  14.30 - 18.30

 

Orario dal 15 maggio al 14 settembre

 

Giovedì 10.00-13.00

Sabato 14.30-18.30

Domenica 14.30-18.30

 

 

 

Il Museo è infine dotato di un vasto Magazzino.

Testo di Cristina Miedico, Conservatore.

 

 

Il Museo Civico Archeologico di Angera fa parte del Sistema museale archeologico della Provincia di Varese, SiMARch

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Foto intestazione realizzata da Alvinio Ravasi

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